Autosvezzamento, il racconto di una mamma

 

Per conoscere meglio l’autosvezzamento ho chiesto ad una mamma che ho la fortuna di conoscere di raccontare la sua esperienza.  Chiara, mamma della splendida Olivia spiega molto bene la filosofia e gli aspetti positivi di uno svezzamento diverso da quello tradizionale:

Fin dai primi mesi di vita di mia figlia ho sentito parlare dell’autosvezzamento da amiche e conoscenti ma non me ne ero fatta un’idea chiara. D’altro canto avevo presente i racconti di amiche che stavano seguendo la strada delle pappe. A pelle quest’ultima via non era nelle mie corde.

In primo luogo perché mi piace molto stare fuori casa e mi turbavano i resoconti di attrezzature da portarsi dietro per frullare, bollire, scaldare.

Inoltre non sono per niente precisa ed il fatto di dover calcolare dosi e avere sempre sotto controllo la dispensa mi metteva in crisi.

Ho capito che l’autosvezzamento era praticabile per me quando ho conosciuto un’ostetrica di Milano,  esperta di alimentazione e una convinta sostenitrice dell’autosvezzamento che mi ha spiegato nel dettaglio di cosa si trattasse. Mi sono così decisa a seguire questo metodo con mia figlia confortata anche dai suoi consigli.

L’aspetto che mi ha più affascinato è stato il punto di vista costruttivo che sta dietro questa filosofia dell’alimentazione. La questione non era più “povero bimbo non ha i denti non può masticare” ma “ha delle gengive potentissime, sfruttiamole!”. Avendo io allattato potevo confermare letteralmente sulla mia pelle questo dato di fatto. Il principio è quindi che il bambino dai sei/sette mesi può mangiare quello che mangia un adulto.

Certo si tratta di usare un po’ di buon senso, cuocere molto la pasta e tagliarla a pezzettini e magari evitare il prosciutto crudo che fatichiamo anche noi adulti a tagliare con i denti. E bisogna essere disposti ad accompagnarlo in questo percorso con un periodo più lungo di allattamento.

Un altro principio che mi aveva colpito è quello dell’educazione al gusto e ai sensi. Il bimbo può manipolare gli ingredienti e imparare a riconoscerne la consistenza oltre al sapore. L’ostetrica mi aveva spiegato che il bimbo sente benissimo i sapori del cibo quando è nella pancia e  diceva: “Dargli le pappe è come averlo fatto mangiare come a Natale per nove mesi e di colpo costringerlo a una dieta in bianco!”

Per me era una continua sorpresa vedere una bimba di pochi mesi assaggiare con curiosità un fagiolo, un boccone di pasta al sugo, un pezzetto di pane. Giorno per giorno scopriva nuovi sapori e aumentava le dosi, lenta ma inesorabile, fino a che ci siamo accomiatate dall’allattamento con grande serenità il giorno del suo primo compleanno.

Sono convinta che l’autosvezzamento l’abbia aiutata ad abbandonare il seno senza rimpianti.

E’ stato un passaggio molto naturale e facile da gestire, man mano vedevo che mangiava di più calavo le poppate fino a mantenere l’ultimo mese solo quella serale.

Non sto a confermare l’alleggerimento dal punto di vista pratico, non dover cucinare qualcosa appositamente per la bimba e se mi capitava di rimanere fuori a pranzo non avere l’ansia di avere tutto l’armamentario per nutrirla.

Soprattutto per me è stato molto bello imparare a fidarmi di mia figlia. Imparare a capire quali sono i ritmi del bambino, le sue modalità nel nutrirsi e rispettarle. Fidarsi anche del fatto che se il bambino non ha più fame ovviamente non vuole mangiare, senza bisogno di affidarsi a dosi e misurini.

Oltre a essere stata un’esperienza molto sana per mia figlia credo che l’autosvezzamento sia stato un bellissimo modo per creare un legame di rispetto e fiducia attraverso quello che è l’aspetto basilare dei primi mesi di vita di un bambino, quello del nutrimento come sostentamento ma anche come relazione vitale con la madre.

Per approfondire: 

Leggi anche l’articolo: Svezzamento o autosvezzamento?

Libri consigliati:

Io mi svezzo da solo, di Lucio Piermarini

Svezzamento secondo natura, di Michela Trevisan